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- La pandemia ha costretto tutti a modificare le proprie abitudini e a rivedere la gestione del proprio lavoro e quello

La pandemia ha costretto tutti a modificare le proprie abitudini e a rivedere la gestione del proprio lavoro e quello degli altri. Sono cambiate le persone, quindi i lavoratori, e sono cambiate le aziende.
All’inizio del lockdown si parlava di telelavoro forzato per poi passare all’effettivo smartworking. In brevissimo tempo siamo stati catapultati in un contesto lavorativo completamente cambiato, fatto di distanza, allontanamento fisico dai propri colleghi, clienti, fornitori. Quello che si faceva in modo “tradizionale”, o possiamo dire “analogico”, è stato trasformato in “digitale”, con utilizzo massiccio di tecnologie per le videoconferenze, piattaforme per lo scambio di informazioni e l’archiviazione dei materiali, adattamento dei regolamenti aziendali ai nuovi “luoghi di lavoro” dei dipendenti e collaboratori.
La cosa che ha sorpreso molti è che la tecnologia c’era già: sistemi di collaborazione a distanza, scambi in cloud, controlli da remoto, tutto era già presente e sviluppato, ma mancavano consapevolezza e visione nell’utilizzo di questi strumenti. Quindi, che cosa è successo? Le persone, e quindi le aziende, di fronte ad una necessità a livello mondiale, hanno dovuto rivedere le loro organizzazioni, sviluppando nuovi metodi di lavoro e, per molti aspetti, migliorandoli. Quello che consideravano strumenti accessori sono diventati fondamentali e necessari per garantire continuità e produttività. Ci si è resi conto che efficienza, efficacia, controllo, monitoraggio venivano garantiti comunque, anzi, forse con maggior consapevolezza e competenza.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che tutto questo non c’entra con la produzione e quindi con la fabbrica, ma anche su questo c’è molto da dire.

La produzione dei beni di prima necessità, e non solo, non si è mai fermata. I lavoratori sono sempre stati presenti in fabbrica e hanno continuato a lavorare e a produrre anche a ritmi più intensi e sicuramente più stressanti. Le macchine stesse, ovviamente, non si sono mai fermate e la situazione che si stava vivendo richiedeva garanzie di efficienza e problem solving ancora più specifiche rispetto a quanto veniva richiesto prima della pandemia.
I lavoratori all’interno della fabbrica hanno dovuto convertire e adattare il loro modo di lavorare: la collaborazione e la condivisione di informazioni non potevano più avvenire come prima, e la gestione stessa degli interventi manutentivi sugli impianti e sui macchinari doveva essere guidata a distanza.
La necessità di commettere meno errori possibili per garantire efficienza produttiva e rispetto delle nuove regole sociali ha evidenziato l’esigenza di dover gestire e organizzare i processi di collaborazione e scambio di informazioni in modo strutturato, controllato e tracciato.
Le aziende hanno realizzato che per migliorare le prestazioni dei lavoratori ed essere quindi più competitivi devono consentire scambi di informazione in tempo reale all’interno e all’esterno degli stabilimenti, tenendo traccia dei livelli formativi, delle competenze che quotidianamente vengono sviluppate e che quindi possono essere utilizzate a vantaggio della produzione. Anche in questo caso c’è già la tecnologia che supporta, ma come diciamo da sempre, la tecnologia da sola non può fare nulla se non è supportata da visione e strategia. La distanza sociale ci costringe a gestire digitalmente i processi e la produzione, e da questo non si può prescindere, ma è un’ottima opportunità per riportare al centro il lavoratore perché senza di esso non esisterebbe conoscenza e sviluppo di competenza e quindi vantaggio competitivo.

Martina Vaccaro
Marketing Manager

by Martina Vaccaro

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